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Il Salotto Letterario

Fiorucci Forever

I jeans Fiorucci
I jeans Fiorucci

Tempo d’estate e di leggerezza, giusto per allontanare quanto basta il ricordo della pandemia e tuffarci in un mondo di figurine colorate. Correva l’anno 1984 e nelle edicole d’Italia usciva l’album di figurine di Elio Fiorucci, all’epoca quarantanovenne stilista che aveva da poco riformulato il concetto di jeans, conferendogli una vestibilità sexy ai limiti dell’erotismo. Partner del progetto era la Panini di Modena, la celebre azienda produttrice di figurine dal 1961, che per la prima volta dava alle stampe un prodotto non legato al mondo del calcio ma a quello della moda. E che moda!

L’estetica Fiorucci (si parla addirittura di fioruccismo) non soggiace ai canoni della maison de couture di parigina memoria né tanto meno al neonato prêt -à-porter, ma è decisamente più vicina al mondo dei giovani e dei loro bisogni “mordi e fuggi”: jersey di cotone o tessuti sintetici pronti a subire ogni sorta di colore, stampa e trattamento per diventare – a loro modo – opere pop o di street art.

Andy Warhol ed Elio Fiorucci
Andy Warhol ed Elio Fiorucci

Ed ecco spiegato il nesso tra Fiorucci e l’arte (americana) dell’ultimo ventennio del Novecento, dominata dai pupilli di Andy Warhol: Jean-Michel Basquiat e Keith Haring. Cifra stilistica comune è il segno, un tratto grafico ben definito che si esprime con una linea nera e tutti gli altri colori a riempimento di un universo metropolitano che “veste” i muri dei palazzi abbandonati, le stazioni della metropolitana, le gallerie di New York fino al negozio di Fiorucci in pieno centro a Milano, a due passi dal Duomo.

Era inevitabile che tutto questo grafismo urban-pop, cui anche le foto di Oliviero Toscani per Fiorucci nel decennio precedente avevano dato man forte, confluisse nel prodotto a costo zero che erano le figurine, o meglio gli stickers, adorati dai giovani tra gli anni Settanta e Ottanta, pronti a sfidare i genitori trasformando le loro camerette in santuari pop tra poster dei cantanti e dei calciatori del momento e figurine appiccicate ovunque.

La copertina dell'album
La copertina dell’album

L’album Fiorucci è un perfetto prodotto commerciale e postmoderno degli anni Ottanta. Innanzitutto perché non si sfoglia ma è una cartellina di colore rosa e giallo, ovviamente entrambi fluo, che si chiude con un (modernissimo) bottone magnetico. All’interno ventotto schede per un totale di 224 figurine suddivise in sei temi: pin-up, romance, dance, swim, electron e Fiorucci story. Gli stickers Fiorucci sono un inesauribile serbatoio di simboli e immagini che mischiano foto di moda e non a manifesti cinematografici dei B-movie anni Cinquanta, con spumeggianti pin-up technicolor e fumetti ammiccanti alla Roy Lichtenstein. Il tutto condito con la grafica pixel dei primi computer e videogiochi e “dipinti” con abbondanza di colori pop e fluo, accostati in modo impensabile e verrebbe da dire indecente, mutuati dall’estetica dei video di MTV (1981).

Un'emblematica figurina Fiorucci
Un’emblematica figurina Fiorucci

Ogni figurina è a suo modo un’opera d’arte, per l’abilità tipografica e artigianale nel combinare gli elementi senza l’uso di Photoshop (1990), per l’accostamento cromatico e l’uso di font ed effetti che anticipano di oltre vent’anni le nostre stories di Instagram (2016). Gli stickers Fiorucci sono la cosa più vicina al concetto di sublime per la pop art o meglio la pop culture, in una parola queste sono le miniature degli anni Ottanta, che, come quelle medioevali sanno raccontare gli usi, costumi e colori del decennio che il buon gusto ignorò!

Michele Vello

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